Oversight Board. Un Comitato globale decide della nostra libertà

La libertà di espressione e la salvaguardia dei diritti umani di oltre 2 miliardi di utenti è nelle mani di 20 super esperti

Si dice che nemmeno il Ceo di Facebook, Mark Zuckerberg, ne può contrastare le scelte. Si tratta dell’Oversight Board, un comitato indipendente di supervisione nato con lo scopo di dirimere le situazioni più complesse nella moderazione del dibattito sul social network.

Questo super Comitato, composto da dieci donne e altrettanti uomini, ha rappresentanti provenienti da quasi ogni parte del mondo, fra gli altri: India, Kenya, Pakistan e Senegal, ma anche Stati Uniti e Brasile. Ci sono alcuni europei, ma nessun italiano. Le esperienze che la task force può vantare sono molte e diversificate, citandone alcune, spaziano dai diritti della comunità LGBTQ+, al genere e diritto, passando per l’automazione dell’incitamento all’odio e la regolamentazione della libertà di espressione.

La descrizione del Comitato sul sito web ufficiale riporta: “La community ha raggiunto oltre 2 miliardi di persone ed è diventato sempre più chiaro che l’azienda Facebook non può prendere autonomamente così tante decisioni relative alla libertà di parola e alla sicurezza online. Il Comitato per il controllo è stato creato per aiutare Facebook ad affrontare alcune tra le questioni più difficili in merito al tema della libertà di espressione online: cosa rimuovere, cosa lasciare e perché”.

Recentemente il Comitato per il controllo ha accettato il caso concernente la sospensione a tempo indeterminato del 45° presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, da Facebook e Instagram. Infatti, la censura applicata nel suddetto caso ha scatenato un acceso dibattito su scala globale e di conseguenza sarà la ristretta e super qualificata cerchia di esperti a dirimere la questione. Decisione a cui poi il popolare social si dovrà adeguare. E, a quanto pare, anche noi.

Fra le altre cose, si legge che il Comitato di sorveglianza chiede se “La decisione di Facebook di sospendere i profili del presidente Trump per un periodo indefinito aderisce al mandato dell’azienda di rispettare la libertà di espressione e i diritti umani, se dovevano essere prese altre misure e quali provvedimenti devono essere presi affinché questi account possano restare aperti”.

Per rispondere a tale quesito, un po’ come funzionava con l’aiuto da casa in un popolare show televisivo, il super Comitato ha fatto sapere che fino all’8 febbraio gli utenti potranno compilare un modulo online e scrivere un’opinione lunga fino a 6mila caratteri per commentare la decisione presa da Facebook di censurare l’account del 45° presidente degli Stati Uniti.

In altre parole, un Comitato globale di supervisione è stato delegato da Facebook per stabilire se fosse giusta la censura recentemente applicata a un rappresentante democraticamente eletto. Di tutta risposta, il Comitato ha rigirato la domanda agli iscritti a Facebook. Mi pare giusto, no?

La buona notizia è che si è già formato il Real Facebook Oversight Board, ovvero un altro Comitato, non riconosciuto dal popolare social, per fare opposizione a quello ufficiale; la cattiva notizia è che sembra anche più agguerrito del primo.

Se continua così, chissà, il deplatforming lo faremo presto e volentieri su base volontaria, che ne dite?

Deplatforming. Il grande esodo (forzato) dai social

Il futuro dell’informazione potrebbe non essere aperto a tutti?

Pluralità e contraddittorio politico non sono il pane quotidiano per alcune fra le Big Tech che attualmente detengono l’oligopolio dei mass media. Da questo punto di vista il deplatforming si inserisce fra le operazioni adottate dai giganti del web (tipo Facebook, Amazon, Google, Twitter, Apple ecc.) per silenziare e rendere invisibili coloro che fanno controinformazione rispetto alla consolidata narrazione globalista, cosmopolita e immigrazionista.

La depiattaformizzazione (basta anglicismi, usiamo l’italiano che è la più bella lingua al mondo) è il termine che indica quel processo di riduzione della visibilità o di arbitraria cancellazione che alcune multinazionali perpetrano per silenziare specifici utenti, comunità di più persone o particolari categorie di contenuti all’interno di una piattaforma digitale (Facebook, Twitter, Instagram ecc.).

Non stiamo parlando di una misura applicata nei casi già previsti dalla legge e per cui è sacrosanto intervenire (istigazione a delinquere, ingiurie, lesione della dignità personale ecc.), bensì di censura totalmente discrezionale a danno di rappresentanti democraticamente eletti, quotidiani e giornali nazionali, oltreché a migliaia di utenti rei di non essere allineati al pensiero unico.

La depiattaformizzazione, che ha come unico risultato quello di favorire la polarizzazione delle opinioni contrastanti e di estremizzare le azioni di schieramenti contrapposti, risulta ancor più grave poiché crea il pericolosissimo precedente secondo cui negare il diritto ad essere connessi è una prerogativa di aziende private che possono decidere cosa è giusto dire e cose invece non lo è, chi può parlare e chi invece deve scomparire dall’etere.

Lasciando da parte il discorso di appartenenza a uno schieramento politico piuttosto che a un altro, ritengo che l’attenzione andrebbe rivolta a un quesito tanto semplice quanto fondamentale: è giusto che una società privata può decidere chi può parlare e chi no? è giusto che sia una multinazionale a tappare la bocca a un rappresentante democraticamente eletto, piuttosto che a un giornale o a una comunità di persone?

In tal senso, non regge la favola secondo cui si possono definire private delle piattaforme a cui accedono globalmente quasi tre miliardi di utenti al mese. Il carattere spiccatamente globale di tali società impone al più presto che la politica intervenga, magari attraverso una regolamentazione transnazionale, per normare tali canali di comunicazione in modo da sancirne la funzione pubblica e per metterli a servizio della collettività e non viceversa.

A parer mio, occorre agire con prontezza prima che la situazione degeneri ulteriormente. Le risorse tecnologiche rappresentano il futuro e sono certamente una ricchezza, sia per imprenditori che per le persone che le utilizzano, dovremmo perciò proteggere il diritto delle persone ad essere connesse e, soprattutto, garantire che il futuro dell’informazione sia libero e aperto a tutti.

Voi cosa ne pensate? Se vi va scrivete un commento, mi farebbe piacere conoscere la vostra opinione in merito.

Chi decide cosa si può dire e non dire?

Le idee si combattono con altre idee, non con censura o violenza

Con il buio del globalismo che vorrebbe fagocitarsi il futuro, la battaglia identitaria entra in una nuova fase cruciale. Le proteste di Washington verranno ricordate come il casus belli da cui è scaturito il gravissimo attacco da parte di società private, Facebook e Twitter in primis, alla libertà di manifestazione del pensiero.

Soprattutto nell’epoca della comunicazione, tale attacco dovrebbe far riflettere circa l’aleatorietà di strumenti come i social. Infatti, quel capitale composto da informazioni, contatti, seguaci, volti, visibilità, nomi e cognomi e, soprattutto, relazioni, per cui vengono anche investite ingenti risorse e impiegati diversi anni, può essere arbitrariamente sospeso o cancellato da un momento all’altro.

È urgente prevedere un trattato internazionale per sancire che multinazionali come Facebook e Twitter hanno una funzione pubblica e non possono permettersi attacchi a un valore inalienabile come la libertà di espressione. Gli Stati europei, così come l’Unione europea, dovrebbero quanto prima intervenire in tal senso.

La politica ha il dovere di governare tali eventi, non può e non deve restare ferma a guardare limitandosi a cavalcarne l’onda che ne consegue. Pure se il rischio è di essere impopolare, resto sempre dell’opinione che “se un uomo non è disposto a lottare per le sue idee, o le sue idee non valgono nulla, o non vale nulla lui”. E, se si tratta della libertà di manifestazione del pensiero, allora non ho dubbi che valga la pena di lottare!

Washington, censurare Trump non è la soluzione!

Bene la condanna e la stigmatizzazione trasversale che arriva da diversi e autorevoli intellettuali, politici e filosofi, sulla censura politica di Facebook e Twitter a #Trump.

A parer mio, occorre consapevole presa di coscienza sul tema che sarà di grandissimo rilievo per il futuro di noi tutti. Oggi è toccato al presidente degli USA, domani potrebbe essere chiunque.

Voi cosa ne pensate? Se vi va, lasciate un commento per farmi sapere la vostra opinione, vi risponderò molto volentieri.

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Il 16 gennaio 2016 ho partecipato alla prima lezione della Scuola Quadri, la scuola di formazione politica per simpatizzanti, sostenitori e militanti, organizzata dalla Lega Nord FVG. In totale sono previste una quindicina di lezioni, distribuite nell’arco del 2016, con l’obiettivo di valorizzare le risorse interne del partito e di avvicinare le persone al complesso universo della politica.
L’ospite di questa prima lezione è stato l’esperto di new media Stefano Fantinelli (per info: www.fanti1959.com), che ha approfondito il tema del messaggio politico attraverso i social network. Continua a leggere