
✍🏻 Questa mattina raccolta firme #referedumgiustizia a Gorizia.
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📖 🏔 Questa sera all’anteprima della presentazione del libro “La zona monumentale del monte Sabotino”, scritto da Marco Mantini.
Un interessante momento di approfondimento, alla scoperta di un monte che è stato protagonista di diverse vicissitudini dovute agli eventi bellici che hanno segnato la storia di Gorizia.
Rivolgo i miei complimenti e un ringraziamento a Marco Mantini per questo importante lavoro di studio che permetterà di scoprire particolari dettagli non così conosciuti del nostro territorio.
Cosa ne pensate? Fatemelo sapere con un commento, sarò felice di rispondervi.
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Il 1916 fu un anno di grande incertezza in Europa. Nessuno dei due contendenti del Primo Conflitto Mondiale era riuscito a sferrare all’avversario un colpo decisivo, né si era raggiunto un coordinamento fra le nazioni alleate che si fronteggiavano.
Nei primi mesi dell’anno i tedeschi, nella loro offensiva a Verdun, avevano utilizzato molti uomini e materiali, costringendo i francesi a chiedere offensive locali agli alleati per alleggerire gli sforzi. Gli Italiani avevano risposto impegnandosi nella quinta battaglia dell’Isonzo senza però avere alcun obiettivo strategico.
Gli austroungarici non tardarono a farsi sentire con la “Strafe Expedition”, una spedizione punitiva volta a rompere il fronte trentino e ad aprire la strada della Pianura Padana, costringendo l’esercito italiano a retrocedere nel Veneto.
Il Generale Luigi Cadorna, accortosi che l’azione nemica era ormai in via di esaurimento senza aver colto gli obiettivi strategici, impartì le disposizioni di massima alla Terza Armata per la Battaglia di Gorizia. Già nel mese di giugno, in segreto, alcuni uomini stavano sguarnendo il fronte trentino, coinvolto nel contenimento dell’ultima fase dell’offensiva austroungarica, per convergere nelle retrovie della Grande Unità scelta per l’azione.
L’offensiva italiana prevedeva una grande concentrazione di uomini, allestita proprio per l’occasione.
Il VI Corpo D’Armata era inizialmente articolato in 4 divisioni di fanteria: la 45^, composta da Brigata Toscana, Brigata Trapani e Brigata Campobasso, la 24^, composta da Brigata Abruzzi e Brigata Lambro, l’11^, composta da Brigata Cuneo e Brigata Treviso e la 12^, composta dalle più famose Brigata Casale e Brigata Pavia.
Le divisioni erano comandate dal Generale Capello, che diede ordine di proseguire l’azione in profondità per spezzare la Quinta Armata del Generale Boroevic e, infine, ripiegare su Trieste.
Il movimento delle Brigate sarebbe stato sempre preceduto e accompagnato dall’artiglieria che avrebbe aperto la strada e, allo stesso tempo protetto, i fanti.
Ad ogni divisione venne assegnato un passaggio strategico per superare l’Isonzo ed entrare in città: alla 45^ il Monte Sabotino, alla 24^ Oslavia, all’11^ l’abitato di Grafenberg e l’attacco del Podgora e del Monte Calvario, da condurre assieme alla 12^.
Il 6 agosto l’artiglieria italiana iniziò a fare fuoco sui posti di comando, gli osservatori e le trincee di un attonito esercito austriaco che non si aspettava una risposta così veloce e violenta subito dopo la spedizione punitiva.
Nel pomeriggio, come previsto, partirono all’attacco le fanterie che ottennero risultati diversi. Mentre sul Sabotino gli obiettivi assegnati vennero raggiunti in meno di un’ora, al centro l’esercito austriaco ostacolò massicciamente le operazioni. A sud, dopo la prima giornata di combattimenti, per opera delle Brigate Catanzaro, Brescia e Ferrara cadde facilmente in mano italiana il Monte San Michele.

Proprio nei combattimenti a seguito della presa del Monte morì da eroe il bersagliere volontario Enrico Toti.
La sera del 6 agosto, per gli Austriaci, la situazione sembrava parecchio difficile, anche se non del tutto persa. Durante la notte ci furono attacchi continui su tutta la linea ma, salvo successi localizzati nella zona di Oslavia, vennero contenuti e successivamente respinti.
Il generale Zeidler chiese ed ottenne di abbandonare la testa di ponte e, nella notte dell’8 agosto, i reparti austriaci, distrutti gli 8 ponti costruiti in precedenza, si ritirano sulla riva sinistra dell’Isonzo.
Il VI Corpo d’Armata italiano schierò la 43^ divisione e, la sera dell’8 agosto, dopo giorni di combattimenti estenuanti e logoranti, fatti di contrattacchi, respinte e rastrellamenti, raggiunse finalmente le sponde dell’Isonzo.
Il Generale Capello, intuito il momento propizio e l’evidente stanchezza e difficoltà dei nemici, incitò i suoi comandanti a proseguire l’azione e a raggiungere i monti nella parte orientale di Gorizia. La pressione italiana risultò insostenibile per gli austriaci che decisero di abbandonare la Città e di ripiegare su posizioni più organizzate come il San Gabriele e il Monte Santo.
Il sottufficiale Aurelio Baruzzi ottenne il permesso di attraversare a nuoto l’Isonzo, portandosi dietro una bandiera italiana. Raggiunta l’altra sponda issò la bandiera nei pressi della stazione ferroviaria, decretando così la conquista di Gorizia da parte dell’esercito italiano.
Il morale era, ovviamente, alle stelle: si trattava della prima vera e tangibile vittoria dopo 15 mesi di guerra. Il Comando Supremo ordinò di continuare l’attacco per raggiungere anche la seconda linea difensiva alle spalle della città. Borojevic aveva già ordinato la ritirata più ad est, sul Vallone, prevedendo che l’esercito non sarebbe riuscito a mantenere il controllo sulla città isontina.
Il 17 agosto le operazioni vennero definitivamente sospese e le celebrazioni coinvolsero non solo la popolazione ma anche i soldati che, dopo oltre un anno di guerra, potevano finalmente gioire.
A livello militare però la realtà era più cruda: si trattava di un avanzamento di 5 km su un fronte di 25 che costò la perdita di circa 100 mila uomini in 10 giorni di combattimento.
La Prima Guerra Mondiale fu, in generale, molto difficile e impegnativa non solo sul piano fisico e strategico ma soprattutto su quello mentale.
Una guerra definita di “trincea”, in cui i soldati mantenevano anche per lunghi periodi le proprie posizioni in battaglia, costantemente sotto gli attacchi dei cecchini nemici.
Quando un ufficiale fischiava l’attacco, i soldati partivano all’assalto con le baionette sui fucili: molti venivano sorpresi dall’artiglieria nemica, feriti e mutilati senza che nessuno potesse prestargli soccorso. Questi attacchi si rivelavano spesso inutili perché si subiva subito la controffensiva nemica, si combatteva e si moriva per pochi metri di terra spesso subito riconquistati. Chi tornava indietro rischiava di venire giustiziato per vigliaccheria.
La vita all’interno delle trincee era altrettanto terribile: le condizioni igieniche erano scarse, i vivi si trovavano a condividere lo spazio con compagni deceduti o sul punto di esserlo.
Gli orrori della guerra vengono ben descritti da Giuseppe Ungaretti, che proprio sul Carso ha prestato servizio militare documentando da protagonista le precarie condizioni in cui si trovavano i soldati.
Nella composizione intitolata “La Sagra di Santa Gorizia”, Vittorio Locchi si sofferma in particolare sulla presa della Città, descrivendola come un momento liberatorio per i fanti, stufi di passare le loro giornate immersi nel fango della trincea.
Si racconta del passaggio delle stagioni, vissuto sempre nello stesso luogo e dell’arrivo dell’estate che finalmente porta con sé anche l’attacco. In particolare, i versi che descrivono la corsa verso la Città sono pregni di un forte sentimento nazionalista e Gorizia è vista come una miracolosa apparizione che non solo chiude il componimento poetico, ma mette fine, per un po’, alla sofferenza della fanteria.
La presa dell’8 agosto 1916 rappresenta certamente una delle pagine più significative della storia di Gorizia che, dopo l’istituzione del Regno d’Italia, divvene uno dei maggiori centri dell’irredentismo.
Cosa ne pensate? Fatemelo sapere con un commento, vi risponderò molto volentieri.
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Dopo lo stop forzato dello scorso anno a causa dell’emergenza sanitaria, riparte la tradizionale sagra di San Rocco a Gorizia! L’inaugurazione ufficiale sarà domenica 8, ma alcuni incontri si terranno già stasera e domani.
La festa, ricca di appuntamenti di carattere non soltanto conviviale ma anche culturale, si svolgerà nel pieno rispetto delle disposizioni anti contagio – mascherina, distanziamento e sanificaizone -. Per accedere al Parco Baiamonti sarà necessario esibire il Green Pass e un documento di identità.
Nel dettaglio, questa sera alle 18:00, nella sala incontro di San Rocco, si terrà la conferenza “Prima guerra mondiale: un conflitto forse non inevitabile?” del Prof. Georg Meyr, mentre domani, alle 20:45, in Chiesa ci sarà la rappresentazione teatrale “Storia di un uomo semplice: Giobbe di Joseph Roth”.
Domenica 8 agosto alle 19:00, al termine della rassegna internazionale di arte campanaria “Gara di Scampanotadors”, verrà ufficialmente inaugurata la 521esima edizione della sagra, con il concerto della Società Filarmonica Giuseppe Verdi di Ronchi dei Legionari.
Dalle 19:30 alle 24:00, ogni giorno fino a lunedì 16, saranno aperti i chioschi con degustazione di prodotti locali. A differenza delle scorse edizioni, quest’anno, al fine di evitare assembramenti, non sarà possibile ascoltare la musica dal vivo, ballare o giocare tombola ma si potrà partecipare alla pesca di beneficenza.
Gli incontri riprenderanno martedì 10 alle 18:00, con la presentazione del libro “C’è vitis in cusine- corsivi gastronomici della trasmissione Vita nei Campi” di Roberto Zottar.
Giovedì 12, dalle 19:30, si terrà il concerto della Società Filarmonica di Turriaco, mentre venerdì 13 alle ore 18:00 ci sarà la conferenza “Il rancio del soldato. L’alimentazione nelle trincee della prima guerra mondiale”.
La sagra si chiuderà domenica 16, festa del Patrono del quartiere. Al termine della Santa Messa delle 10:30, verrà consegnato al professor Andrea Baucon il 47esimo “premio San Rocco”. Dalle 12:30, su prenotazione, si potrà pranzare al Parco Baiamonti, mentre la sera sarà possibile degustare il tipico “struccolo in strazza”.
Rivolgo i miei complimenti agli organizzatori della sagra che, nonostante le numerose difficoltà legate alla pandemia, si sono impegnati per far sì che quest’importantissima tradizione della Città potesse continuare e per regalare a goriziani e non un momento di socialità e incontro dopo tanti mesi di chiusure e limitazioni.
Io non vedo l’ora di potervi partecipare, e voi ci sarete?
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In base a quanto previsto dal decreto n. 178/2020 e dal relativo Regolamento, la Regione Friuli Venezia Giulia eroga, anche per l’anno 2021, contributi a fondo perduto per assunzioni con contratti di lavoro subordinato a tempo determinato e indeterminato.
A poter beneficiare dei contributi sono imprese e loro consorzi, cooperative e loro consorzi, associazioni, fondazioni e soggetti esercenti le libere professioni aventi sede o unità locale in Friuli Venezia Giulia.
L’iniziativa è rivolta a soggetti disoccupati da almeno 6 mesi consecutivi e residenti in Fvg da almeno 5 anni consecutivi, siano essi cittadini italiani, comunitari o extracomunitari, in regola con la vigente normativa in tema di immigrazione. Destinatari della misura sono donne, uomini di età non inferiore a 60 anni e uomini disoccupati o a rischio occupazione a seguito di una situazione di grave difficoltà occupazionale.
Per quanto riguarda le assunzioni a tempo determinato, l’incentivo base è pari a 2.500,00 euro, con incremento di 500,00 euro nel caso di:
-assunzione a seguito di richiesta di personale effettuata dal medesimo datore di lavoro, avvalendosi di un servizio di preselezione tramite un Cento per l’Impiego (CPI) regionale;
-assunzione di soggetti che, nei 18 mesi di precedenti all’assunzione, abbiano completato un percorso formativo finanziato dalla Regione;
-assunzione di soggetti disoccupati da più di 12 mesi.
Le tre maggiorazioni non sono tra loro cumulabili.
In riferimento alle assunzioni a tempo indeterminato, l’incentivo base è di 5.000,00 euro.
Tale importo può essere incrementato di 1.000,00 euro nel caso di preselezione attraverso CPI, assunzione di disoccupati a seguito di una grave crisi occupazionale o di disoccupati da almeno 12 mesi.
Questa maggiorazione è cumulabile con una ulteriore, pari a 5.000,00 euro, prevista nel caso di:
-assunzione full time di donne con almeno un figlio di età fino a cinque anni non compiuti. L’incentivo viene ulteriormente incrementato di 3.000,00 euro se il datore di lavoro dispone di almeno una misura di welfare aziendale tra la flessibilità dell’orario di lavoro e il nido aziendale o convenzionato;
-assunzione di soggetti la cui disoccupazione derivi da un contratto con riconoscimento della qualifica dirigenziale.
Nel caso di assunzioni di almeno 10 lavoratori con contratto a tempo indeterminato e/o determinato di durata non inferiore a 12 mesi, l’importo di 5.000,00 euro per il tempo indeterminato e quello di 2.500,00 euro per il tempo determinato, è incrementato:
-del 10%, se il numero di assunzioni è compreso tra 10 e 14 ;
-del 20%, se il numero di assunzioni è compreso tra 15 e 30;
-del 25%, se il numero di assunzioni è compreso tra 31 e 50;
-del 30% se il numero di assunzioni è superiore a 50.
La domanda di contributo deve essere presentata esclusivamente in forma telematica, tramite l’applicativo disponibile sul sito della Regione, a cui si accede tramite Sistema Pubblico di Identità Digitale (SPID), Carta d’Identità Elettronica (CIE), Carta Nazionale dei Servizi (CNS).
L’istanza può essere presentata anteriormente all’assunzione o successivamente alla stessa, purché entro il giorno 15 del mese successivo a quello in cui l’evento si è verificato ed entro il 31 agosto 2021.
La domanda può essere sottoscritta e inoltrata dal legale rappresentante, dal titolare di impresa individuale, dal libero professionista, dal procuratore interno all’impresa oppure da un soggetto esterno delegato tramite formale procura.
Una misura certamente molto importante al fine di favorire l’occupazione che, in un periodo particolarmente complesso come quello che stiamo affrontando, assume ancora maggior rilevanza.
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“Se possono farlo a me, possono farlo a chiunque”. Le parole del 45° presidente Usa, Donald Trump, oggi suonano quanto mai profetiche vista quanto è accaduto, e continua ad accadere, in materia di censura politica.
La portavoce della Casa Bianca Jen Psaki, in un recente incontro con la stampa, ha ammesso che “l’Amministrazione del Presidente Biden si sta assicurando che le piattaforme social siano a conoscenza di ciò che il Governo ritiene essere disinformazione”. Siamo sicuri che ciò basterà?
Dopo i gravi episodi di esclusione dalle piattaforme social operati nei confronti di Donald Trump e per le quali lo stesso ex presidente ha annunciato azioni legali verso Facebook, Twitter e Google, non accenna quindi a diminuire la volontà delle Big Tech di manipolare il dibattito politico e anche economico.
Non dimentichiamo che mentre la pandemia metteva in ginocchio micro, piccole e medie imprese, i colossi del web sono diventati invece ancora più ricchi e potenti, accrescendo di molto la possibilità di influenzare gli equilibri economici del mondo.
Fino a dove potrà spingersi lo strapotere, legittimato, dei Big Tech? Quanto ancora sarà concesso alle “Cinque Sorelle” di poter crescere senza che i Governi e le democrazie del mondo possano regolamentare il loro strapotere?
Personalmente ritengo che la libertà di espressione, garantita anche dalla nostra Costituzione, è un diritto fondamentale e la censura è un grave errore, poiché non fa altro che polarizzare posizioni già contrapposte e inasprire situazioni già di per sé complesse. La politica dovrebbe interrogarsi in tal senso, legiferare a livello transnazionale, in modo tempestivo e coordinato.
Voi che ne dite? Fatemi sapere la vostra opinione con un commento, vi risponderò molto volentieri.
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Ecco il video del volo con Zipline Sauris!
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Il Settecento fu un secolo molto importante e prospero per la città di Gorizia che divenne il centro della vita mondana, culturale ed economico-politica delle più importanti famiglie dell’Impero. Nel 1740 sul disegno dell’architetto Nicolò Pacassi (1716-1790), all’epoca ventiquattrenne, venne edificato Palazzo Attems Santa Croce. Fu il primo palazzo realizzato dall’architetto per gli Attems, loro dimora fino 1802, quando passò in mano alla contessa Della Torre in seguito ad una infausta puntata ai dadi.
In quel periodo era comune tra i nobili riunirsi in circoli o in società, a scopo politico o semplicemente per trascorrere il tempo libero. A fare da cornice a questi ritrovi erano spesso le eleganti dimore nobiliari degli stessi appartenenti al circolo e il futuro palazzo comunale non fu da meno. Dalle iscrizioni sugli Statuti si evince infatti che Palazzo Attems ospitò “la Nobile Società dei Cavalieri di Diana Cacciatrice e la Colonia Accademica degli Arcadi Romano-Sonziaci”, alla quale prese parte anche il librettista di Mozart, Lorenzo da Ponte. Dal 1795 al 1802 alcune sale del palazzo furono adibite a “Casino Nobile” un circolo privato riservato alla nobiltà Isontina: fu proprio qui che il conte Attems perse ai dadi lo stabile che passò ai Torriani.
Nel 1797 vi soggiornò anche Gioachino Murat, cognato di Napoleone, suo generale e futuro Re di Napoli. Nel 1825 giunsero in città e vi alloggiarono, ospiti dei Ritter, l’imperatore Francesco I d’Austria con la moglie Caterina Augusta.
Dell’edificio originale di piazza Municipio, oltre ai balconi sulla strada, rimangono solamente la loggia ionica sul giardino e la doppia scalinata di ispirazione veneta che porta al primo piano. L’edificio fu di fatto modificato dal nuovo proprietario Johann Christoph Ritter poco dopo il suo acquisto nel 1823.
Palazzo Attems Santa Croce, nel progetto originario, era strutturato secondo la logica palladiana: disposto ortogonalmente rispetto alla simmetria della facciata, aveva una pianta tripartita che contava, al primo piano, un salone per le feste e i ricevimenti. Il piano terra era costruito con un adrone che collegava la piazzetta Santa Croce alla corte interna e al parco, attraverso cui si sviluppava un passaggio pubblico utilizzato fino agli anni ‘30.
Dopo le modifiche di Ritter, il palazzo assume uno stile neoclassico, più confacente alla nuova classe sociale dei ricchi borghesi ed imprenditori emergenti. Vengono utilizzate forme architettoniche che ricordano figure geometriche semplici, tra le quali spicca il triangolo, a sottolineare l’autorevolezza e l’austerità di chi abitava l’edificio in confronto con il frivolo roccocò, adatto alla nobiltà settecentesca.
Oltre alla ricostruzione completa dello stabile si provvede anche alla costruzione di una nuova ala sinistra della corte interna e alla sistemazione del parco “all’inglese” con la realizzazione di una collinetta artificiale sovrastata da un belvedere di cui oggi rimane, tuttavia, solo il tempietto con colonne doriche nell’aiuola circolare nel mezzo della corte d’onore.
Nel mese di dicembre del 1907 il Consiglio Comunale di Gorizia prese in considerazione l’ipotesi di acquistare il Palazzo, gli annessi fabbricati rurali ed un parco di oltre due ettari per trasferirvi gli uffici municipali e dare così alla città di Gorizia una sede comunale di prestigio.
Dopo l’acquisto, gli uffici amministrativi vennero spostati nella nuova sede già l’anno successivo, mentre per l’attività del Consiglio Comunale fu mantenuto il palazzo di Corso Verdi fino alla realizzazione di una nuova ala, posta alla destra della corte interna dell’attuale Municipio, progettata dall’ingegner Renato Fornasari nel 1965. Nel 1957 venne ultimata l’ala sinistra per sistemarvi gli uffici anagrafici e tecnici che fino ad allora erano situati sul retro della Chiesa di Sant’Ignazio.
Subito dopo la prima guerra mondiale, sotto la direzione dell’ingegner Riccardo Del Neri, vennero rifatti la facciata e l’androne d’ingresso con nuovi rivestimenti in travertino e marmo di Aurisina e si realizzano nuovi accessi al vano scala. Vennero inoltre ridipinti gli interni al primo piano, dove, attualmente, del progetto originale rimane solo il parquet della Sala Bianca.
La storia del parco comunale si intreccia con quella dell’espansione urbanistica europea del XIX secolo, quando gli spazi verdi della città si sviluppavano quasi di pari passo con l’evoluzione politica e sociale della popolazione urbana.
Non tutti i tipi di giardini infatti erano uguali: alcuni erano costruiti per ospitarvi i ceti sfavoriti, come area di riposo per gli anziani o di gioco per i più piccoli, mentre altri erano veri e propri parchi che facevano da contorno alle ville di famiglia dei ricci borghesi.
A questa seconda categoria apparteneva anche il parco di Palazzo Attems fino al 1908, anno in cui diventò comunale (come altre aree verdi della città) a seguito di una donazione da parte dei ricchi cittadini.
La prima documentazione, rilevata dalla mappa del catasto austriaco, è del 1818: il parco occupava una superficie rettangolare alle spalle del Palazzo ed era costruito sul modello del giardino all’ italiana con la suddivisione in aiuole di forme geometriche. Il parterre era composto da aiuole circolari a settori, seguite da altre aiuole di forma quadrata o romboidale, che terminavano con piante disposte irregolarmente e denominate come “boschetti all’inglese”.
Nel 1820 la proprietà viene acquistata da Gian Cristoforo Ritter e il giardino diventa un ben più ampio parco completato da “un ampio terreno trattato a giardino ricco di piante esotiche”, come lo definisce una guida cittadina risalente a metà dell’Ottocento.
Nel nuovo impianto scompaiono le aiuole geometriche per fare spazio a sentieri curvi che circondano prati e boschetti irregolari, di influenza romantica. Viene però conservata la prospettiva settecentesca corrispondente all’ingresso del palazzo su piazza Municipio, l’atrio e la loggia per arrivare fino al lato opposto.
Per quanto riguarda le specie botaniche presenti, dall’Ottocento spicca la sequoia donata dal fedelmaresciallo Gyulai. Si vocifera che nel parco fossero conservate anche specie floreali pregiate contenute in vasi all’interno di strutture chiuse e non riscaldate dove le piante si adattavano alla vita artificiale.
L’entità esatta è ricavabile dal contratto preliminare del 1907, nel quale viene citato “il giardino con la grande serra e con la casettina”. Alcuni anni dopo, si rilevano anche il platano davanti alla palazzina e gli ippocastani vicino all’ingresso di via Cappuccini.
Il passaggio del parco a patrimonio pubblico ne determina una notevole riduzione della superficie, in quanto l’area viene notevolmente ridimensionata per fare spazio a nuove palazzine che diventeranno poi edifici pubblici.
Grazie alla lungimiranza della collettività e dell’amministrazione cittadina, all’inizio del Novecento si inizia a delineare un primo embrione di politica ambientale, che vede nell’ampliamento del verde pubblico una risorsa non solo per la bellezza della città ma anche per la salute dei cittadini.
Con il passare dei decenni e il progresso delle idee politiche e sociali, l’importanza assunta dalle aree verdi nell’urbanistica cittadina cresce a dismisura tanto che vengono messi in atto, dalle stesse pubbliche amministrazioni, servizi vivaistici per la conservazione e lo sviluppo delle aree pubbliche cittadine.
Personalmente ritengo che il municipio sia la casa dei cittadini e rappresenti lo specchio della città, per questo è importante che sia un edificio accessibile e all’avanguardia, dotato di servizi multimediali, a emissioni zero. L’auspicio per il prossimo futuro è che si possano portare avanti significativi interventi di adeguamento del Palazzo e di valorizzazione dell’importante patrimonio culturale e artistico che lo stesso racchiude.
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Villa Frommer a Montesanto
L’ammissione al Programma nazionale per la qualità dell’abitare vale per Gorizia circa 15 milioni di euro, destinati al recupero di alcuni edifici storici e aree verdi della Città. A portare avanti i diversi progetti saranno il Comune – che, fra l’altro, aggiungerà ai fondi stanziati dal Ministero delle infrastrutture e della mobilità altri 2,5 milioni -, l’Ater di Gorizia e la Facoltà di Architettura dell’Università di Trieste.
L’investimento più cospicuo, da 6,7 milioni, riguarda Villa Frommer a Montesanto, distrutta da un incendio 30 anni fa, e del suo parco. Nella Villa troveranno spazio, oltre a servizi per i cittadini e alloggi, anche iniziative culturali ed esposizioni.
Oggetto del piano anche il parco di Villa Ritter a Straccis, che, con 2,2 milioni di euro, verrà recuperato insieme alla casa del custode. Piazzale Ritter vedrà poi la ristrutturazione di un immobile Ater che ospiterà un centro civico e spazi ricreativi.
Una quota significativa dell’investimento, circa 4,6 milioni di euro, sarà destinata all’edilizia abitativa: a diventare alloggi saranno sia la sede dell’ex Dopolavoro che una palazzina appositamente costruita nei pressi dello stesso edificio. Anche il comprensorio di via Gallina vedrà un’importante ristrutturazione da circa 3 milioni.
445 mila euro, inoltre, saranno destinati alla riqualificazione di via Caprin, Foscolo e Paternolli Luzzato.
Al centro del piano, con un investimento da circa 309 mila euro, vi è anche il parco della Valletta del Corno che, grazie ad alcuni lavori inerenti la viabilità interna, sarà percorribile interamente a piedi o in bicicletta.
Si tratta di un progetto di rilancio molto importante per la nostra Città, volto sia ad ampliare i servizi offerti a sostegno di famiglie e cittadini che a rendere Gorizia ancora più attrattiva dal punto di vista culturale e turistico, anche nell’ambito della Capitale europea della cultura 2025.
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Splendida domenica con Zipline Sauris!!
Quante perle ha il nostro Friuli Venezia Giulia? 😄
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