Gorizia. 76 anni fa la liberazione dal giogo titino

Per la sua particolare posizione collocata tra due aree geografiche protagoniste di forti contese – la Carinzia, tra Austria e Slovenia e la Dalmazia, tra Slovenia e Croazia – Gorizia ha fatto spesso da sfondo a conflitti tra popoli confinanti.

Alla fine della Prima Guerra Mondiale la città, abitata in larga maggioranza da italiani, fu annessa al Regno d’Italia assieme ad un ampio territorio ad est/nordest abitato, invece, in prevalenza da sloveni. Per questo motivo alla fine della Seconda Guerra Mondiale suscitò, assieme a Trieste, un grande interesse nell’esercito jugoslavo, fortemente determinato ad ottenere il controllo dell’intera Venezia Giulia durante la stipulazione dei Trattati di Pace.

Il 29 aprile 1945, mentre la maggior parte delle truppe tedesche e dei collaborazionisti serbi e sloveni aveva già abbandonato la città e il CNL (comitato nazionale di Liberazione) si stava già adoperando per la creazione di un primo governo cittadino, in periferia, alcuni reparti dell’esercito jugoslavo si avvicinavano alla città. Fecero il loro ingresso solamente il 2 maggio, dando così inizio ai quaranta giorni di occupazione militare.

Fin dai primi giorni dell’occupazione, i partigiani jugoslavi iniziarono una violenta opera di epurazione, che vide coinvolti non solo gli elementi collusi con il precedente regime ma anche ogni persona espressamente o tacitamente sfavorevole all’annessione della città alla Jugoslavia.

Alcune volte questa epurazione consisteva nell’allontanamento da una carica pubblica o da un posto di lavoro ma, per la maggior parte dei casi, si esprimeva attraverso il rastrellamento e la deportazione. Le stesse cronache jugoslave parlano di un uso della violenza piuttosto eccessivo e spesso arbitrario che andava a realizzarsi in arresti, confische di denaro e cruenti omicidi: ad analisi conclusa si contano ben 665 persone scomparse nella sola città di Gorizia.

Mentre la città era funestata da questi avvenimenti, la particolare situazione del nostro territorio iniziava ad allarmare gli angloamericani. Per questo motivo, il 9 giugno 1945, il generale Harold Alexander, su indicazione di Winston Churchill, firmò l’ Accordo di Belgrado che istituiva la “Linea Morgan”, il nuovo confine lungo il corso dell’Isonzo fino a sud est di Muggia.

L’accordo prevedeva che la regione della Venezia Giulia fosse divisa nei suoi confini del 1939 (con le province di Trieste, Gorizia, Pola e Fiume) in due zone con due amministrazioni e occupazioni differenti, la Zona A e la Zona B.

La prima, sotto il comando alleato, che comprendeva una striscia di territorio composta dalla riva destra dell’Isonzo fino a Gorizia e dell’entroterra di Duino e Trieste, nonché la città di Pola e gli ancoraggi sulla costa occidentale dell’Istria.

L’altra zona comprendeva tutto il restante territorio della regione e rimaneva invece affidata alla Jugoslavia, che, tuttavia, otteneva anche la deroga di poter far restare sulla Zona A (nel territorio circoscritto e invalicabile dell’entroterra di Duino) un contingente ristretto di uomini, comunque alle dipendenze e agli ordini del comando alleato. Inoltre, i deportati e gli arrestati nei quaranta giorni di occupazione titina dovevano essere liberati e tutti i beni confiscati restituiti ai proprietari.

Il 12 giugno 1945 Alexander riuscì ad ottenere il ritiro dell’Esercito Popolare di Liberazione della Jugoslavia e il passaggio di Gorizia e Trieste ad un governo militare alleato.

In poco più di un mese la città ha dunque vissuto due tremende occupazioni e due agognate liberazioni. Il morale dei goriziani continuava però ad essere inquieto: le ferite delle violenze e delle deportazioni erano ancora aperte e vi si aggiungeva un sentimento negativo nei confronti del governo accusato di non aver speso nemmeno una parola per la Venezia Giulia invasa.

Negli anni precedenti e successivi al Trattato di pace di Parigi (1947) il destino di Gorizia e del confine fu, ancora una volta, fronte di accese discussioni tra l’Italia e la Jugoslavia. Nel 1948, dopo la rottura di Tito con il blocco sovietico, la città visse ancora attimi di tensione (il maresciallo nel 1953 minacciò infatti di voler riprendere Gorizia e Trieste con le armi), ma iniziò a normalizzare i rapporti tra i due Stati anche grazie agli Accordi di Udine, nei quali venne introdotto il “lasciapassare” che rendeva molto più facili e agevoli i passaggi alla frontiera.

Nel corso degli anni ’60 Gorizia e la neonata Nova Gorica iniziarono ad avere i primi contatti e avvicinamenti attraverso eventi culturali e sportivi, che permisero alle due città di tessere i primi rapporti distesi e di leale collaborazione che si trasformarono in una riappacificazione definitiva, con la Jugoslavia prima e con la Repubblica di Slovenia poi, attraverso gli accordi di Osimo (1975).

Il periodo dell’occupazione di Gorizia rappresenta una delle pagine più tragiche della storia della Città, segnata dagli orrori di due ideologie distorte e sanguinarie di chi vedeva nell’identità culturale dell’altro un pericolo. Una pagina di storia che non può e non deve essere dimenticata e deve servire da monito affinché tutto il territorio transfrontaliero possa prosperare nel segno della collaborazione, del reciproco rispetto e della fratellanza fra popoli.

Cosa ne pensate? Fatemelo sapere con un commento, vi risponderò volentieri.

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